Un mondo sinistro, V. Nabokov

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Partirò subito col dire che Un mondo sinistro non è un libro facile. Più che un romanzo sembra una trappola, un tortuoso labirinto accidentato di parole e immagini in cui l’autore intrappola il lettore, sfidandolo a uscirne. Dipanare la matassa non è facile, anzitutto perchè la scrittura di Nabokov è qui volutamente contorta, straniante, involuta, claudicante. Non sempre, ma dove e quanto basta per trascinare il lettore nel vortice sinistro e grottesco nel quale il protagonista e il suo mondo sono precipitati: una dimensione allucinata e distorta, ma reale.
Non è facile, in secondo luogo, perchè i riferimenti – letterari e non – disseminati per tutto il libro non sono sempre immediati e richiedono spesso uno sforzo in più da parte di chi legge.

L’azione si svolge in un non ben precisato periodo, in un non ben precisato paese dell’Europa dell’est, i cui abitanti parlano ora russo, ora tedesco, ora una nè l’uno nè l’altro. L’unica cosa certa è che si è appena conclusa una rivoluzione che ha rovesciato il potere costituito e ha imposto la dittatura cosiddetta “ekwilista”, ovvero “dell’uomo comune”.
Alla base della dottrina ekwilista, l’idea – mutuata e distorta dall’ultimo, delirante libro di un vecchio filosofo in fin di vita – secondo cui la coscienza umana è una, ed è la sua non equilibrata distribuzione fra gi uomini a generare disuguaglianza nel mondo. Tutti gli uomini, per essere uguali, devono dunque essere uguali: non eccellere, non svilirsi, non distinguersi, non isolarsi: vivere e agire in modo uniforme e conforme al modello stabilito dallo stato, bene supremo e garante di equità.

Il protagonista del libro, il filosofo di fama intrnazionale Adam Krug, nel momento in cui il nuovo regime si insedia, ha appena perso la moglie Olga e si è ritrovato solo con un figlio piccolo, David.
Unica celebrità della neonata dittatura, nonchè ex compagno di scuola di Paduk, novello dittatore e fondatore del partito, Krug si trova improvvisamente a dover elaborare e gestire un lutto gravissimo sotto le pressioni del nuovo governo, da una parte, e dei suoi colleghi intellettuali, dall’altra. Questi ultimi vorrebbero sfruttare il rapporto personale di Krug con Paduk per salvarsi dalla repressione, e il primo vorrebbe asservirlo alla causa ekwilista e sfruttare la sua fama a beneficio del nuovo stato.
Krug, da parte sua, si mostra ugualmente ostile all’una e all’altra parte, annichilito dal dolore e ormai del tutto indifferente alle sorti del mondo, così come alla propria.
Sebbene consapevole di dover sopravvivere per il bene del figlio e intenzionato, almeno in un primo momento, a salvare i propri amici dalle rappresaglie del governo, Krug è ben lontano dalla figura dell’intellettuale oppresso che lotta per la propria libertà o per quella dell’intelligencija.  Non gli importa della situazione del paese, del fatto di poter o meno lavorare in futuro, e non parteggia per nessuno.
Allo stesso modo, è Nabokov stesso a non salvare nessuno: così come impietoso è il ritratto che fa di Paduk e del suo entourage, altrettanto ridicoli sono gli accademici colleghi di Krug, piccoli e meschini, pronti a svendere se stessi e chiunque altro sia necessario pur di sopravvivere.
Cercando di schivare spie del governo ed ex allievi, scollato dalla dimensione pubblica e persino dal proprio lavoro – svuotato di qualsiasi significato – Krug cerca di di mantenersi in vita in quella bolla di dolore sordo nel quale la morte della moglie lo ha gettato, una bolla contro la quale le voci dell’esterno giungono ovattate, rimbalzando altrove. Solo l’amore per il figlio, dopo l’iniziale illusione di una possibile, quieta convivenza con il neonato regime, lo scuoterà dal torpore e lo spingerà a cercare una tardiva via di fuga.

La narrazione lineare – per così dire – della trama si diluisce, improvvisamente, in scene oniriche in cui i ricordi di Krug si mescolano alle mistificazioni del sogno – emblematica e  splendida, in questo senso, la scena del sogno scolastico – . La filosofia, la letteratura e tutto il mondo intellettuale di Krug si riflettono nello specchio deformante della mente, e ci vengono restituiti dalla penna di Nabokov sotto forma di allucinazioni che irrompono improvvisamente, nel bel mezzo del racconto, spiazzando e disorientando.
L’autore, dal canto suo, non si nasconde, ma è lì, fra le pagine, e come detto, sfida il lettore  a decifrare la pièce che sta dirigendo, disseminando simboli, richiami, indizi, dubbi, in un gioco letterario e linguistico che mette continuamente in luce l’artificio della narrazione – o della messa in scena -.

“Col che, naturalmente, si concluse l’incontro. Così? O forse in un altro modo? Krug aveva davvero dato una scorsa al discorso già preparato? E, in tal caso, il discorso era davvero così stupido? […] Lo scoraggiato tiranno, o Presidente dello stato, o dittatore, o chiunque fosse […] porse effettivamente al mio personaggio prediletto una misteriosa manciata di fogli dattiloscritti con cura.”

Un mondo sinistro, affine per temi e stile a un’altra opera di Nabokov, Invito a una decapitazione, si può definire un romanzo distopico, ma lo è in un modo tutto suo.
Entrambi i romanzi raccontano di surreali e ottusi regimi dittatoriali dai quali i protagonisti si ritrovano, loro malgrado, inevitabilmente schiacciati, ma è l’angoscia individuale a prevalere su quella collettiva. I demoni e gli incubi che perseguitano i personaggi non sono altro che i loro demoni e i loro incubi, non vengono dall’esterno, non sono conseguenze della situazione politica.
Come afferma lo stesso Nabokov nell’introduzione a Un mondo sinistro:

“Non mi ha mai interessato la cosiddetta letteratura di carattere sociale (in gergo giornalistico e commerciale: “libri importanti”). Non sono “sincero”, non sono “provocatorio”, non sono “satirico”. Non sono scrittore didascalico né allegorico. La politica e l’economia, le bombe atomiche, le espressioni d’arte primitiva e astratta, l’intero Oriente, accenni di “disgelo” nella Russia sovietica, il Futuro dell’Umanità, e così via, mi lasciano supremamente indifferente.”

All’autore non interessa ribaltare in chiave distopica la realtà sociale sovietica – per citare quella a lui più vicina – e, nonostante sia quasi inevitabile, leggendo, cogliere affinità fra il regime fittizio di Paduk e quello reale di Stalin – la capitale dello stato ribattezzata Padukgrad ne l’esempio più elementare – è il dramma unico e personale di Krug a costituire il fulcro del romanzo. Il grande intellettuale – la cui grandezza vorrebbe essere livellata e unifirmata a un’ipotetica “media” da un oscuro regime farsesco – che di fronte alla più comune delle tragedie umane – la morte – si scopre inutile e incapace di reagire. Nè l’intelligenza, nè il lavoro, nè il proprio smisurato ego hanno più senso nel vuoto sconcertante lasciato dalla perdita, e ancor meno ne ha la vita stessa, quando anche l’ultimo appiglio a essa sparisce nel buio.

Piccolo avviso: nel caso in cui, leggendo il libro, vi venissero in mente paragoni con Kafka o peggio, con Orwell, sappiate che Nabokov si rivolterebbe nella tomba.

 

Ottobre Rosso (libri per il centenario della rivoluzione russa)

La rivoluzione russa è stata il mio primo amore. Prima ancora della letteratura russa, prima ancora della lingua, e prima ancora della Russia, c’è stata la rivoluzione. A dodici anni, con un computer giurassico e un modem 56k, stampavo pagine internet – che poi imparavo a memoria – sull’ultimo zar, sulla granduchessa Anastasia, su Rasputin e, ovviamente, sulla rivoluzione d’ottobre. Non so cosa di preciso mi affascinasse di questa storia, fatto sta che me ne sono innamorata in modo assoluto e definitivo.
E questo amore, ben alimentato e sempre vivo nel mio cuoricino di pietra, è arrivato intatto fino a oggi, anno 2017, a cento anni esatti dal quell’ottobre – novembre, secondo il nostro calendario gregoriano, adottato anche in Russia dalla rivoluzione in poi – che tanto doveva cambiare il mondo e, in piccolo, anche il corso della mia vita.

Che fare, dunque, per celebrare degnamente il centenario di un avvenimento così importante? Chi può andasse a San Pietroburgo a fare un tour dei luoghi della rivoluzione – dalla stazione Finlandia fino al Palazzo d’inverno, passando per il favoloso incrociatore Aurora -.
E chi non può? Niente paura, i libri ci vengono in soccorso. Approfittiamo del centenario per (ri)leggere grandi classici e scoprire nuove, succulente pubblicazioni fresche fresche di stampa.

Per capire anzitutto il contesto e conoscere gli avvenimenti, cominciamo con la saggistica: il classico dei classici, per profani e non, è sempre lui, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, di John Reed.

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Si tratta della cronaca dei giorni della presa del potere dei bolscevichi scritta da un cronista americano, che agli avvenimenti ha assistito in prima persona.
L’autore è un simpatizzante del bolscevismo – come tiene lui stesso a precisare nell’introduzione -, ma è prima di tutto un cronista che racconta ciò che vive e vede personalmente in quei giorni fatali e convulsi che tante conseguenze avranno per a storia del mondo.
Il racconto in prima persona di Reed è inframmezzato da trascrizioni di discorsi, proclami, bolettini, e, avvincente come un romanzo, ci porta dritti in mezzo agli avvenimenti, sulle strade di Pietrogrado (nome di San Pietroburgo durante la prima guerra mondiale).
Trattandosi, dunque, di un reportage scritto a ridosso dei fatti raccontati, benchè realizzato da un giornalista schierato, il libro non ha come obiettivo principale fornire riflessioni storiche e analisi politiche, ed è per questo adattissimo anche a chi vuole approcciarsi all’argomento per la prima volta.

Per un racconto ancora una volta di primissima mano, ma da un punto di vista interno, c’è il vecchio ma sempre verde Storia della rivoluzione russa di Lev Trockij.
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Sì, Trockij, proprio lui, il numero due del partito bolscevico, prima, e nemico numero uno di Stalin, poi.
La sua ricostruzione della rivoluzione rimane ancora oggi validissima per capire sia l’evento in sé, sia il suo contesto.
Al contrario di quello di Reed, il racconto di Trockij è di più ampio respiro, ed è diviso in due volumi, uno dedicato alla rivoluzione di febbraio e uno a quella di ottobre. Trockij, a oltre di dieci anni dai fatti e già in esilio, si cimenta nella narrazione storica ed oggettiva dei fatti che hanno portato alla nascita dell’URSS, descrivendone cause e protagonisti. Nonostante l’approccio scelto dall’autore sia, appunto, quello storico-scientifico, il suo aver vissuto da protagonista gli eventi narrati e l’inevitabile trasparire del suo punto di vista rendono il libro un documento unico e prezioso. Va letto certamente con il dovuto spirito critico, tenendo ben in mente chi ne è l’autore, ma a mio parere è un testo fondamentale per comprendere la rivoluzione e le sue tappe.

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Infine, se si è in cerca di un’analisi contemporanea lucida e assolutamente autorevole, proprio quest’anno è uscito Impero e rivoluzione, un saggio di Vittorio Strada, uno dei più importanti studiosi di letteratura e cultura russa mai esistiti e mio idolo personale.
Strada non ci racconta la rivoluzione, ma guarda ad essa nel suo complesso, partendo dalle sue premesse e analizzandone gli effetti nel tempo. È un libro che, a cento anni dai fatti, vuole mettere in luce tutti i chiaroscuri e le sfaccettature di un evento le cui conseguenze sono tangibili ancora oggi e al quale, ormai, si può e si deve guardare a mente fredda, supernado ideologie e preconcetti.
Strada, da profondo conoscitore della letteratura e della cultura russe, ci fa scoprire testi fondamentali e ci suggerisce collegamenti e nessi necessari alla comprensione non solo della rivoluzione, ma della storia russa nel suo complesso.

Non si vive di solo saggi, però, quindi ho pensato a tre romanzi adattissimi a celebrare il centenario divertendosi.

Il primo non poteva che essere lui, il più conosciuto e dal nome più storpiato: Il dottor rivol3Živago di Boris Pasternak. Tutti lo conoscono, soprattutto grazie al film con il compianto Omar Sharif, ma di sicuro pochi sanno pronunciarne il titolo: quella “z” con il segno diacritico si pronuncia come la “j” di “jour” in francese.
Il romanzo – inedito in Russia fino al 1988 e pubblicato per la prima volta nel 1956 da Feltrinelli – racconta la vita di Jurij Živago, di famiglia benestante, medico di professione, sposato con la sua amica di infanzia e poeta. Sullo sfondo, sessant’anni di storia russa, partendo dalla fine dello zarismo e arrivando alla seconda guerra mondiale. In mezzo, ovviamente, la riovoluzione e la guerra civile, che travolgeranno Jurij e la sua famiglia e li sbatteranno da una parte all’altra, senza posa, lasciandoli inermi, impotenti e, quasi sempre, sconfitti.
A Pasternak non interessano i fatti storici in quanto tali, bensì come questi dirigano inevitabilmente le vite dei suoi protagonisti, separandoli e poi ricongiungendoli, distruggendoli e beffandoli, in un moto continuo e inarrestabile. È un romanzo poetico – non dimentichiamo che Pasternak era un poeta e che questo è stato il suo unico romanzo – e malinconico, in cui la storia e le singole vite umane si intreccino in modo indissolubile e fatale.

Un’altra famiglia travolta dalla storia, ma stavolta in Ucraina – che, ricordiamo, faceva parte dell’impero russo e diventerà in seguito una delle repubbliche sovietiche -, la troviamo al centro del primo romanzo di un altro degli dei del mio personale olimpo, Michail Bulgakov. Il rivol4romanzo è La guardia bianca e non racconta direttamente gli eventi dell’ottobre del ’17, ma sposta l’attenzione sulla guerra civile che ne è scaturita e che ha diviso la popolazione in rossa e bianca.
I Turbin, la famiglia protagonista, esponenti dell’alta borghesia ucraina, si trovano, per loro stessa natura, dalla parte dei bianchi, ma nel mezzo di una guerra fratricida nella quale non esistono né il torto né la ragione, rimangono, loro malgrado, inermi, schiacciati fra forze opposte, la cui risultante non può che spazzare via mondo così come lo conoscevano.
Il romanzo è interessante anche perché ci offre un punto di vista inedito e inusuale quando si parla di rivoluzione russa, ovvero quello dell’Ucraina, da sempre chiamata “piccola Russia” e nel 1918 spaccata fra nazionalisti – di grande importanza, in questo senso, la questione della lingua ucraina cui l’autore fa spesso riferimento -, bianchi, tedeschi e rossi, e ferma a un bivio: seguire la Russia nel percorso che ha intrapreso o staccarsene. Al centro, come sempre in Bulgakov, il focolare, la casa come riparo da eventi travolgenti e incomprensibili, sotto un silenzioso e immutabile cielo stellato.

Ma se i primi due romanzi parlano di ciò che la rivoluzione e la guerra hanno fatto dei propri, borghesi protagonisti, l’ultimo capovolge il discorso: chi ha fatto la rivoluzione, e perchè? Per rispondere non possiamo che rivolgerci al padre e maestro del realismo socialista, Maksim Gorkij e al suo capolavoro, La madre. rivol5

Gorkij ci porta direttamente nelle baracche in cui vivono gli operai, ci porta nelle fabbriche e ci racconta come, in un contesto di assoluta miseria, una donna non più giovane, grazie al figlio – operaio – e per amore del figlio, abbracci la causa socialista e si batta per essa, fino alle estreme conseguenze.
Il romanzo, pubblicato nel 1906, viene scritto nel pieno dei moti rivoluzionari, repressi nel sangue, del 1905 e ben dodici anni prima dell’ottobre ’17.
Sono momenti cruciali, che di fatto preparano il terreno a ciò che sarà di lì a poco, e il racconto di Gorkij ne è la massima espressione. Lo sguardo dell’autore non è paternalistico, ma amorevole e partecipe delle sofferenze dei protagonisti – e del proletariato russo -. I personaggi, lontani dalle eroiche macchiette del realismo socialista di regime, sono vivi, veri e allo stesso tempo emblematici di un mondo, quello operaio russo dei primi del 900, che comincia a sentire la propria forza e a capire di poterla usare per migliorare la propria vita. La madre, ovviamente, è la figura più emblematica di tutte: donna vittima dello squallore e della miseria della condizione operaia, prende coscienza della propria condizione e, unendosi alla causa, diventa madre prima dei compagni rivoluzionari del figlio, e infine, di tutto il popolo russo.
Il realismo socialista di Gorkij non è ancora quello della propaganda di regime, ma una neccessità, letteratura che si fa voce e strumento di una moltitudine senza volto.
Ne hanno fatto un film muto, nel 1926, che consiglio vivamente. Poi, se come è successo a me, vi capita di vederlo con accompagnamento musicale dal vivo, tanto meglio!

Di libri, chiaramente, ce ne sono un’infinità, e la mia non è certo una lista esauriente, ma spero possa offrire qualche spunto utile a chi vuole approfondire uno degli eventi più importanti e affascinanti della storia.

 

Le uova fatali, M. Bulgakov

Con dita tremanti premette un bottone e le pesanti tende nere nascosero il mattino e nello studio tornò a regnare la saggia notte della scienza. Giallo e ispirato, Persikov divaricò le gambe e, fissando il parquet con gli occhi lacrimosi si mise a parlare:
“Come può succedere!? È un fatto mostruoso!… […]

In Russia, a differenza degli anni 30, quando bastava starnutire in modo controrivoluzionario – o anche solo starnutire – per finire in un gulag e/o morire ammazzato, gli anni 20, immediatamente

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“Stretti occhi glaciali, privi di palpebre, si aprivano in cima alla testa e, in quegli occhi, riluceva una malvagitò mai vista.”

successivi alla guerra civile, erano più fluidi e complessi. L’Unione Sovietica si stava risollevando dal comunismo di guerra, era ancora in divenire, stava cercando la strada da intraprendere, e non esisteva ancora una letteratura di stato.
Anzi, proprio sulla letteratura e il teatro il dibattito era più che mai aperto e vivace, e le avanguardie avevano campo libero per sperimentare e farsi portavoce della nuova vita.
Tutto sembrava ancora possibile perché tutto era ancora da costruire, e tutti volevano partecipare.

Non tutti, però, in effetti, potevano. Michail Bulgakov, da poco arrivato a Mosca da Kiev, che di rivoluzionario aveva solo il suo stile geniale e inimitabile e che, al contrario dei colleghi letterati e drammaturghi, celebrava ciò che la rivoluzione aveva spazzato via e sbeffeggiava nel modo più esilarante quello che aveva fatto proliferare – Bulgakov, dicevamo, al suddetto dibattito non è mai stato ammesso.
Sebbene, dunque, i “permissivi” anni 20 prima, e una strana e ambigua clemenza di Stalin poi, gli abbiano di fatto salvato la vita, le sue opere non hanno goduto del medesimo trattamento.
Le uova fatali, infatti, detiene il triste primato di unica opera in prosa – vantato, per il teatro, dalla pièce I giorni dei Turbin – mai pubblicata durante la vita dell’autore.
Tutto il resto – romanzi, racconti o pezzi di teatro he fossero – è stato censurato o sequestrato.
In ogni caso, nonostante la pubblicazione, la povest’ (termine russo che si colloca a metà fra una romanzo breve e un racconto lungo) è stata oggetto di pesantissimi attacchi da parte della critica sovietica, ed è subito chiaro, leggendola, come non potesse essere altrimenti.

La storia è quella di uno scienziato, il professor Persikov, il quale scopre un misterioso raggio in grado di accelerare in maniera abnorme la nascita e lo sviluppo della vita. A seguito di una devastante morìa di polli in tutto il paese, il macchinario in grado di generare il raggio, ancora in fase sperimentale, contro la volontà dello stesso Persikov viene sequestrato dal governo sovietico e affidato al direttore di una fattoria collettiva col compito di ripopolare il paese di polli il più velocemente possibile.
Le conseguenze sono, prevedibilmente, disastrose: la complessa macchina burocratica sovietica si inceppa e al direttore della fattoria non vengono consegnate uova di innocui pulcini, ma uova di pericolosi serpenti.

La catastrofe che ne deriva altro non è, secondo Bulgakov, se non la catastrofe della Russia intera, la quale subisce in quel periodo le pesanti conseguenze della collettivizazione frozata, dell’indutrializzazione accelerata, della NEP (Nuova politica economica) e dell’isolamento sempre maggiore dal resto del mondo.  Non è un caso, infatti, se la morìa dei polli prima e la proliferazione dei serpenti poi, non escano mai dai confini sovietici; è verso Mosca, verso il cuore pulsante della Russia, che le creature si muovono.

Il professor Persikov è lo scienziato vittima e complice del nuovo regime, il borghese al quale vengono sequestrate le camere dell’appartamento durante il comunismo di guerra, ma che le riavrà, con tutti gli onori, nell’Unione Sovietica impegnata nella corsa allo sviluppo tecnico-scientifico, e che alla fine dovrà assumersi la colpa del disastro – eroe e capro espiatorio, a seconda delle esigenze.
Ma per Bulgakov, nessuno è veramente esente da colpe: Persikov – così come il Preobraženskij di Cuore di cane – pecca di hybris, pone la conoscenza al di sopra di tutto e, come un sovietico dottor Faust, in nome di questa è pronto a oltrepassare ogni limite.

Rokk, il direttore della fattoria collettiva, responsabile del tragico esperimento finale, è, invece, un vero figlio della rivoluzione. Dopo la guerra civile, spazzata via la vecchia classe dirigente, l’abnorme macchina burocratica dell’URSS – fatta di comitati, dipartimenti, sezioni, uffici e ufficetti – viene affidata a rivoluzionari spesso del tutto privi di qualifiche – se non, appunto, quella di essere stati dei rivoluzionari – di cui il personaggio di Rokk è l’emblema. Non solo: Rokk è l’homo sovieticus, l’uomo nuovo, l’uomo alle cui mani inesperte è stato affidato il destino – in russo rok, appunto – di un intera nazione, destino che, secondo Bulgakov, non può che essere tragico, nel racconto come nella realtà.

Bulgakov usa il racconto avveniristico per dipingere un ritratto grottesco di una Russia stravolta, che l’autore non riconosce più, una Russia da incubo governata da un abnorme apparato burocratico tra le cui maglie, intricatissime, tutto si perde e va in malora, un sistema-mostro che non può, evidentemente, che partorire mostri.

 

La morte a Venezia, T. Mann

Chi è stato a Venezia avrà certamente notato, in particolare in estate, quell’aria malsana, insalubre, che si respira fra le calli, negli angoli umidi, che esala dall’acqua verde e melmosa dei canali. Fa sicuramente parte del fascino assoluto e immutabile della città, così come i manichini vestiti da medici della peste esposti fuori dai negozi di maschere, e contribuisce a quell’atmosfera grandiosa e decadente di cui tutti, malgrado il caldo e l’umidità, siamo innamorati.

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“Questa era Venezia, la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, nella cui atmosfera corrotta l’ arte un tempo si sviluppò rigogliosa, e che suggerì ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi.”

Questa Venezia sporca, afosa, stupenda e terribile insieme è lo sfondo – e l’anima – di questo racconto lungo, o romanzo breve, di Thomas Mann; forse il suo più famoso, anche grazie alla trasposizione cinematografica che ne ha diretto Luchino Visconti negli anni 70.
Io l’ho letto per caso, e devo ammettere che, nonostante la sua fama, ne sapevo poco o niente. Confesso che ho comprato il libro solo per leggere il terzo racconto della raccolta, Tristano, e questo perché nutro una insana e incurabile passione per il Tristano di Wagner e quindi devo leggere/vedere/ascoltare qualsiasi cosa che ci abbia anche lontanamente a che fare. In ogni caso – e questo è il bello degli infiniti intrecci e rimandi delle arti – grazie a Tristano ho letto anche il ben più famoso La morte a Venezia. 

Il protagonista è uno scrittore tedesco che ha superato la mezza età, molto famoso, estremamente serio e rigoroso nel proprio lavoro, il quale decide, seguendo un improvviso quanto irresistibile impulso, di andare in vacanza a Venezia e di concedersi quel riposo che in tanti anni di incessante e proficua attività artistica non ha mai potuto – o voluto – permettersi.
Gustav Aschenbach, dunque, si mette in viaggio, e fin da subito avvertiamo quell’opprimente sentore di morte che accompagnerà lui e noi fino alla fine del racconto. Lo avvertiamo  nel cielo plumbeo che accoglie Aschenbach al suo arrivo, nel viso vecchio e orrendamente imbellettato di uno dei passeggeri della nave – viso, questo, che non a caso colpisce in modo disturbante il nostro protagonista – e nell’inquietante traversata in gondola fino al lido, condotta da un misterioso gondoliere-Caronte che sparisce prima di essere pagato.
Ma i dubbi e i sentimenti angosciosi causati da un inizio poco promettente si dissipano nel momento in cui Aschenbach arriva in hotel e scorge, fra gli ospiti, un ragazzino polacco di quattordici anni di una avvenenza “inesprimibile” e che sembra incarnare la bellezza e la perfezione ideali della cultura classica, come fosse una statua viva. Il soggiorno a Venezia comincia a ruotare attorno alla rapita contemplazione del giovane, Tadzio, al punto da spingere lo scrittore a rimanere anche quando il clima lagunare sembra minarne la salute.

Ben presto, ciò che era iniziato come puro amore per la bellezza, ascesa allo spirito per il tramite della sua espressione terrena, si traduce in una ben più prosaica ossessione amorosa che si intorbidisce e degrada man mano che a Venezia comincia a diffondersi un’epidemia di colera nascosta dalle autorità locali.
Mentre la città sprofonda nell’acido fenico e nel degrado, Aschenbach, lo scrittore che aveva consacrato la sua vita all’arte, alla forma, al lavoro, abbandona ogni inibizione e senso del pudore, si tinge i capelli e si trucca per apparire più giovane e insegue Tadzio per le calli senza più curarsi di dissimulare il proprio interesse e ignorando volutamente il pericolo che incombe sulla città.
La morte, che avevamo respirato fin dall’inizio, si materializza; l’epidemia continua a mietere vittime, i turisti scappano dalla città e si moltiplicano i casi di sciacallaggio e vandalismo. Tutto decade, tutto si disfà, e in mezzo allo sfacelo Aschenbach si abbandona alle sue fantasie, forse persuaso di non aver niente da perdere, ormai lontano dal passato rigore e dimentico perfino del più banale buon senso.

Eros e Thanatos, le due forze che governano il racconto, alla fine si fondono, facce della stessa medaglia e compagne indivisibili; l’amore per Venezia e l’amore per Tadzio, e il male che da essi deriva e ad essi è indissolubilmente e fatalmente legato.

 

Heathcliff, chi? (Quello che credevamo di sapere su Cime tempestose)

Chi non ha mai letto Cime tempestose sicuramente non sa minimamente di cosa si tratti, anche se stiamo parlando di uno dei titoli più famosi della storia. E vale lo stesso per chi lo ha letto in terza media, quando non sarebbe stato in grado di distinguerlo da una qualsiasi delle puntate di Sentieri che guardava la nonna su retequattro. E tutto questo perché, a partire da quel famoso film del ’39 con il bellissimo Lawrence Olivier, Cime tempestose è entrato nell’immaginario collettivo come nient’altro che una struggente e tragica storia d’amore, di quelle viste e lette a vagonate. Lui ama lei, ma lei è ricca, lui no, lei sposa un altro ma il loro amore è eterno ecc…

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Ecco il bellissimo Lawrence Olivier negli improbabili panni del nostro Heathcliff. Cime tempestose, 1939.

Come tutti, del resto, la pensavo anch’io, e non mi sarei mai permessa di leggerlo, considerandolo alla stregua di un Harmony qualsiasi, o di un romanzone d’amore di quelli con la tettona settecentesca cinta in vita dalle braccia pelose di un body builder coi capellazzi al vento in copertina.

Almeno finché non mi è toccato studiarlo in letteratura inglese al secondo anno di università. In quel momento mi sono vergognata della mia abissale ignoranza, mi sono rimangiata i pregiudizi e ho riconosciuto come non solo Cime tempestose non fosse un Harmony, ma come stesse proprio a buon diritto nel programma di letteratura inglese due.
Ma ancora non avevo piena consapevolezza di cosa fosse questo libro, perché pur avendo letto saggi critici, pur avendone analizzato nel dettaglio pagine e pagine, forse ancora intimamente diffidente, non avevo voluto leggerlo per intero.

E qui mi sbagliavo, mannaggia a me!
Giorni fa qualcuno mi ha passato il già citato famoso film con Olivier, che ho visto subito – più per amore nei confronti di quest’ultimo che per interessi puramente cinematografici -, rimanendone profondamente delusa.
Sì che il libro non lo avevo letto, ma l’avevo pur sempre studiato più che bene, e questo mi è bastato per capire che lo spirito ne fosse stato tradito in pieno. Così, finalmente, dopo anni e anni, io e Cime tempestose ci siamo finalmente incontrati.
(L’ho letto in ebook, e come mi capita sempre le rare volte in cui mi permetto di farlo, ne sto soffrendo come un cane e sogno la notte di andare in libreria a prenderlo cartaceo – cosa che certamente farò, inutile negarlo – .)

Purtroppo, però, gli ostacoli lungo il mio cammino verso la Verità su Cime tempestose non erano ancora terminati, e c’era un ultimo pregiudizio da abbattere: quello, pesantissimo, sulla seconda parte del romanzo, quella che racconta le vicende della seconda generazione dei protagonisti. Vuoi per quel maledetto film, che si limita a raccontarne solo la prima, vuoi perché la questione che riteniamo principale – l’amore fra Cathy e Heathcliff – , è tutta lì, nella prima metà, fatto sta che la seconda parte, poverina, viene sempre ritenuta secondaria e saltabile.

Ricordo benissimo la mia compagna di corso, Margherita, che a lezione porta una copia in inglese del libro e mi dice: “sì, lo sto leggendo, bellissimo guarda, te lo consiglio, considera che lo leggi in un paio d’ore, tanto la seconda parte la salti.”.

E con questa intenzione ero partita io, povera sciocca, dimentica, evidentemente, di tutto ciò che avevo imparato a lezione.

Per fortuna, mentre leggevo, l’incantesimo di Emily Brontë mi ha irretita, e sono beatamente arrivata alla fine in due giorni di lettura avida e compulsiva, di quelle bellissime che ti fanno stare sveglia fino alle tre e non ti fanno pensare ad altro pure quando non stai leggendo.

Ora, con piena cognizione di causa, posso dire con certezza: se non avete letto Cime tempestose, non ne sapete assolutamente nulla.

Non è affatto una storia d’amore, anche se di amore parla. E questo amore di cui parla non è nemmeno un amore normale, ma si avvicina più all’ossessione, alla patologia. Il filo conduttore del romanzo, in ogni caso, non è questo amore, ma è la vendetta. I protagonisti non sono affatto eroi, ma persone spesso egoiste e meschine, violente e vendicative, capricciose e testarde. Quasi tutti hanno orrende debolezze, cattive intenzioni, lati profondamente oscuri, ma non si può fare a meno di amarli, di giustificarli a volte, di volerli ammazzare o schiaffeggiare; in ogni caso non si può evitare di empatizzare con loro.
La violenza del romanzo – che, a suo tempo, fece insinuare che fosse stato scritto in parte da Branwell, il fratello dell’autrice – è amplificata dall’ambientazione claustrofobica degli eventi, la quale si riduce alle sole due tenute abitate dai protagonisti, Wuthering heights (Cime tempestose), appunto, la vicina Thrushcross Grange, e alla brughiera circostante. I personaggi si spostano da una tenuta all’altra come se non esistessero altri luoghi al mondo e le loro vite si intrecciano e si sovrappongono come il mondo intero si riducesse a quel microcosmo fustigato dal vento e dalla sventura. E il vento, talmente forte da modellare il paesaggio piegando irrimediabilmente gli alberi, sembra abitare anche l’animo di coloro i quali fra quelle cime tempestose ci vivono, e che finiscono con il travolgere e stravolgere per sempre le vite di tutti gli altri. Simmetricamente, gli inquilini di Thrushcross Grange, circondati da una natura più clemente, sembrano rispecchiarne la serenità e la passività, con il loro carattere mite e i loro occhi azzurri che sembrano fare a pugni con i fiammeggianti occhi neri dei vicini di casa.
Un contrasto, questo, che sarà scontro, e farà a pezzi tutti i quanti.
La struttura a scatole cinesi – ed ecco che capiamo perché va assolutamente letto per intero! – ci fa precipitare in un vortice di sentimenti fortissimi e contrastanti che non ci lascia più andare fino alla fine, quando ci fa cadere giù, storditi.

E se tutto ciò non fosse abbastanza per il nostro povero cuore, l’autrice si premura di completare l’opera con una bella cornice gotica – e pure macabra – che va aggiungere quel pizzico di angoscia in più che ci dà il colpo di grazia.
Insomma, se non avete ancora letto questo libro, fatelo, e godetevi un capolavoro misconosciuto e malamente travisato che era troppo avanti quando è stato scritto e continua ad essere sconvolgente dopo quasi duecento anni.

 

 

La Tormenta, V. Sorokin

IMG_20170414_175706“Di lì a breve era calato del tutto il buio. La luna non si vedeva, ma la cosa non sembrava turbare nè il dottore nè Raspino. […] I fiocchi di neve si sprigionavano dal buio, volavano direttamente sui viaggiatori, cui toccava solo mantenere la rotta, senza svoltare da nessuna parte.”

Diciamo che io leggo principalmente autori russi, e principalmente morti da molto tempo. Non c’è una ragione particolare, ma è lì che mi porta sempre il mio istinto da lettrice, verso i russi morti da molto tempo. Ogni tanto, però, mi concedo un libera uscita dagli inferi e mi affaccio sul mondo dei vivi e vegeti, e questo è uno di quei casi.
Prima di questo libro, di Sorokin avevo letto solo La coda, e l’avevo adorato. Erano solo le voci, prive di corpi, di gente in coda; non una coda qualsiasi, una coda sovietica, di quelle lunghe e lente che si formavano davanti ai negozi quando giungeva la voce di un carico di, che so, calze da donna, o di qualunque altra cosa di cui ci fosse penuria in quel dato momento.
Solo voci, dicevamo, e una coda che si fa man mano più lunga, viva e grottesca, infinita.
Ovviamente quando mi è stato regalato La tormenta – sì, lo so, che bei regali che ricevo – , pronta com’ero ad analoghi deliri postmoderni, ci sono quasi rimasta quando, alla prima pagina, mi sono trovata in mezzo al più classicamente russo degli scenari: una stazione di posta, un mastro di posta, sua moglie, una tormenta, e un medico che ha urgentemente bisogno di una slitta per portare un vaccino in un certo villaggio.
Chi ha un po’ di familiarità con la letteratura russa, per altro, avrà subito chiaro che anche il titolo è un richiamo che più classico non si può (e mi riferisco, in primis, a Puškin), e ovviamente non si tratta di un caso.
Bastano poche pagine, però, per capire che il viaggio intrapreso dal nostro medico e dal vetturino offertosi di accompagnarlo non si sarà certo viaggio da Pietroburgo a Mosca di radiščeviana memoria, anche se di quest’ultimo conserva la straordinaria capacità di raccontare la Russia. Ben presto la slitta si scopre essere una propulsoslitta con veri piccoli cavallini nel cofano, e il viaggio del dottor Garin e del vetturino si trasforma in un allucinato e faticoso incedere lungo paesaggi russi familiari e fantastici allo stesso tempo.
La tormenta, dunque, affonda le proprie radici nella tradizione letteraria russa, ed è da lì che parte, per poi condurre il lettore in un viaggio in cui le coordinate spazio-temporali perdono di senso, in cui pochi chilometri diventano una distanza impercorribile ed eterna, il passato e il futuro si fondono e in cui la Russia post apocalittica che Sorokin dipinge è diversa, ma, dopotutto, sempre uguale a sé stessa.
C’è sempre il medico, il mastro di posta, il povero vetturino, il mugnaio ricco, la polizia segreta, ma ci sono anche strane creature che spacciano droghe futuristiche, uomini giganti, misteriose epidemie che arrivano dall’estero e cinesi conquistatori.
La sovrapposizione e, a tratti, la fusione di diverse epoche della storia russa ci restituiscono un’immagine estremamente viva della Russia contemporanea, una Russia in cui simboli vecchi e nuovi si uniscono a cercare di mantenere incollato assieme tutto ciò che è stato e tutto quello che sarà.
Quello che sarà, appunto. È verso il futuro che arranca, fra mille peripezie, la propulsoslitta del medico e del vetturino, e della Russia, in mezzo a paesaggi čechoviani innevati e post apocalittici, mentre la tormenta, russissima incarnazione della forza dirompente e inarrestabile degli eventi, frena, spinge, ostacola, blocca.
Il destino dei due protagonisti, ovviamente, non lo rivelo, ma è qualcosa su cui vale la pena riflettere.